Il fallimento del caso

Perché vedo nell’ordine dell’esistenza una ragione per credere in un creatore

15 min


Perché il caso è una spiegazione insufficiente per l'esistenza?

Questo testo riflette il mio orientamento personale. Credo in un creatore, e gli argomenti esaminati qui sono tra le ragioni per cui trovo questa convinzione significativa e persuasiva. Non sto presentando una dimostrazione scientifica o una prova matematica dell’esistenza di un creatore. Esamino ciò che sappiamo, ciò che rimane irrisolto e il modo in cui interpreto il rapporto tra questi due ambiti. I risultati appartengono alle ricerche che li hanno prodotti; l’interpretazione proposta qui è la mia. Sei invitato a esaminarla, compresi i suoi limiti, e a formulare il tuo giudizio.

Il titolo esprime un’insoddisfazione precisa. Il caso ha un posto legittimo nelle spiegazioni del mondo. La probabilità è indispensabile per molte forme di conoscenza. Ciò che trovo insufficiente è l’uso del “caso” come risposta definitiva all’esistenza stessa, come se dare un nome all’incertezza o descrivere un processo casuale avesse già spiegato perché esiste una realtà nella quale qualcosa può accadere.

È qui che comincia questa riflessione: nella distanza tra spiegare un evento e spiegare le condizioni che rendono possibili gli eventi.

Quando qualcuno dice: “È successo per caso”, che cosa ha affermato esattamente?

A volte l’affermazione è precisa. Due eventi si sono verificati indipendentemente, e il loro incontro non era previsto. A volte descrive una probabilità all’interno di un modello definito. A volte significa che non possiamo prevedere un risultato. A volte è semplicemente un modo per ammettere che non conosciamo la causa.

Questi significati non dovrebbero essere trattati come intercambiabili. Un evento imprevedibile non è necessariamente un evento senza cause. Un processo descritto in termini probabilistici non è, per questo, un processo privo di struttura. E la nostra incapacità di individuare uno scopo non dimostra, da sola, l’assenza di ogni possibile scopo.

La stessa attenzione deve valere per il mio vocabolario. Quando dico “creazione”, non ho per questo spiegato il meccanismo fisico attraverso cui si forma una stella o si sviluppa un organismo vivente. Sto esprimendo una convinzione sulla fonte della realtà nella quale operano quei meccanismi.

Nessuna delle due parole dovrebbe poter sostituire un lavoro esplicativo che non è stato realmente svolto.

Consideriamo un esempio comune: un mazzo di carte mescolato. Qualsiasi disposizione particolare può avere una probabilità estremamente bassa secondo un determinato modello, eppure una disposizione deve necessariamente comparire. Osservare il risultato a posteriori e dichiarare che la sua improbabilità dimostra una selezione deliberata sarebbe un errore. Le domande importanti riguarderebbero il processo, i risultati possibili e il fatto che quella disposizione fosse stata specificata indipendentemente dal risultato osservato.

Questo conta perché i grandi numeri possono creare un’impressione di certezza che il ragionamento sottostante non merita. Un calcolo delle probabilità richiede un evento definito, un insieme di possibilità giustificabile e ipotesi fondate sul modo in cui quelle possibilità vengono generate. Senza questi elementi, un denominatore impressionante può essere un’espressione del modello che abbiamo scelto anziché una misurazione della realtà.

Non ho bisogno di una probabilità esagerata perché l’esistenza meriti di essere interrogata.

C’è già qualcosa che sollecita la riflessione nel fatto che esista un mazzo di carte, che i suoi elementi abbiano proprietà stabili e che un processo possa produrre risultati secondo una struttura riconoscibile. L’analogia non dimostra l’esistenza di un progettista cosmico; i mazzi di carte sono manufatti umani e l’universo non può essere trattato semplicemente come una loro versione ingrandita. Aiuta a distinguere due domande: quale risultato si è verificato e che cosa ha reso possibile un ambito di risultati?

Il mio interesse per un creatore appartiene soprattutto alla seconda domanda.

Le spiegazioni scientifiche rivelano relazioni. Mostrano come il cambiamento di una condizione influisca su un’altra, come si sviluppino le strutture e come fenomeni apparentemente scollegati possano emergere da un quadro comune. Il loro successo merita di essere preso sul serio.

Eppure descrivere come qualcosa si comporta e spiegare perché esista qualcosa con quel comportamento sono imprese diverse.

Una legge fisica non deve necessariamente essere immaginata come un’istruzione pronunciata da un legislatore simile a un essere umano. Chiamarla “legge” non costituisce un argomento a favore di un legislatore. Tuttavia, le regolarità descritte dalle nostre leggi conservano un significato filosofico. Perché la realtà possiede strutture abbastanza stabili da poter essere studiate, espresse e utilizzate per formulare previsioni corrette?

Forse alcune di queste strutture verranno un giorno derivate da principi più profondi. Sarebbe un progresso straordinario. Spiegherebbe perché determinate caratteristiche discendono da un quadro più fondamentale. Se spiegherebbe anche perché quel quadro esiste è un’ulteriore domanda.

Che cosa accade alla domanda sull’origine quando ogni risposta rivela un altro livello di intelligibilità?

Per me, la spiegazione non esaurisce necessariamente la meraviglia. Può darle un oggetto più preciso.

Non cerco un creatore soltanto nei punti in cui una spiegazione scientifica si arresta temporaneamente. Se la mia convinzione dipendesse dal fatto che una particolare reazione chimica ancora inspiegata rimanesse tale, il prossimo esperimento riuscito potrebbe privarla del suo fondamento. Questo renderebbe l’ignoranza qualcosa che avrei interesse a proteggere.

Non ho alcun motivo per desiderare il fallimento della conoscenza.

La possibilità che la natura generi una complessità straordinaria attraverso processi scopribili è essa stessa parte di ciò che trovo notevole. Un mondo capace di sviluppo, trasformazione e organizzazione vivente non diventa filosoficamente ordinario soltanto perché comprendiamo meglio il suo funzionamento.

Questa distinzione è particolarmente importante quando si parla della vita.

L’origine della vita e la successiva evoluzione delle popolazioni viventi sono questioni collegate, ma non sono la stessa questione. Una spiegazione evolutiva non equivale neppure a immaginare un organismo moderno completo assemblato in un unico tentativo casuale. Trattare processi cumulativi, ereditarietà, selezione e vincoli fisici come un’unica lotteria cieca significa rappresentare in modo scorretto ciò che si sta cercando di spiegare.

Allo stesso modo, la ricerca sulle origini della vita studia percorsi e condizioni chimiche, anziché limitarsi ad aspettare che tutti i componenti di una cellula moderna si scontrino contemporaneamente.

Nel 2009, Matthew Powner, Béatrice Gerland e John Sutherland descrissero una via di sintesi di ribonucleotidi pirimidinici attivati in condizioni che definirono plausibili in un contesto prebiotico. Il loro studio, Synthesis of Activated Pyrimidine Ribonucleotides in Prebiotically Plausible Conditions, affrontava un problema importante relativo ad alcuni dei componenti fondamentali dell’RNA. Non creò un sistema vivente completo e non stabilì la storia esatta dell’origine della vita sulla Terra.

Entrambi gli aspetti contano. Un progresso reale non dovrebbe essere respinto perché incompleto, e un progresso parziale non dovrebbe essere descritto come se avesse risposto a ogni domanda.

Dal mio punto di vista, scoprire un percorso plausibile attraverso cui la chimica non vivente possa contribuire all’organizzazione della vita spiegherebbe qualcosa di importante sulle capacità della natura. Non considererei l’esistenza di quel percorso automaticamente incompatibile con un creatore.

Ma la compatibilità non è una prova. Un processo che si accorda con la mia convinzione può accordarsi anche con un’interpretazione che non include un creatore. Devo riconoscere questa differenza se voglio comprendere che cosa un argomento sostenga realmente.

Ciò che mi avvicina alla fede è la possibilità più ampia: che la capacità di generare vita appartenga alla trama della realtà, anziché comparirvi come un’eccezione.

Trovo significativo chiedere perché il mondo possieda le possibilità che possiede. Perché la materia dovrebbe essere capace, in determinate condizioni, di partecipare a sistemi che si mantengono, si riproducono, reagiscono e infine pongono domande sulla materia?

Questa domanda non trova risposta nella sola espressione dello stupore. E non perde rilevanza quando vengono spiegati i passaggi intermedi.

La discussione su un universo che consente la vita solleva una distinzione analoga.

Alcune caratteristiche del nostro universo sono rilevanti per la formazione delle strutture da cui dipende la vita che conosciamo. Ma le affermazioni sulla “regolazione fine” richiedono cautela. Che cosa viene fatto variare? Quali altre grandezze vengono mantenute fisse? Che cosa viene considerato un universo possibile? Quali tipi di complessità si prendono in esame? Su quale base vengono assegnate le probabilità?

Lo studio di Fred C. Adams del 2008, Stars in Other Universes: Stellar Structure with Different Fundamental Constants, esplorò un modello nel quale potevano variare diversi parametri che influenzano le stelle. All’interno di quel modello, una fusione nucleare duratura era possibile in una regione considerevole dello spazio dei parametri esaminato. Questo non risolve la questione se la vita sia comune tra gli universi possibili. Mostra però perché l’affermazione secondo cui ogni minima variazione di qualsiasi costante eliminerebbe tutte le stelle sia eccessivamente generalizzata.

Una convinzione che valga la pena difendere dovrebbe sopravvivere alla rimozione di un’affermazione esagerata usata a suo sostegno.

Il mio interesse non richiede che ogni grandezza fisica si trovi su un equilibrio di precisione inimmaginabile. Riguarda l’esistenza di una realtà strutturata nella quale sia possibile una complessità stabile. Se lo spazio delle possibilità compatibili risultasse più ampio del previsto, questo modificherebbe un particolare argomento sulla rarità. Non risolverebbe automaticamente la domanda filosofica sul perché esista un tale spazio.

In queste discussioni viene spesso sollevata anche un’osservazione importante: esseri capaci di porre domande possono trovarsi soltanto in condizioni compatibili con la loro esistenza (principio antropico). Non dovrebbe sorprenderci che il luogo dal quale osserviamo la realtà consenta l’esistenza di osservatori.

Questo è un vincolo reale al nostro ragionamento. Ci mette in guardia dal trarre conclusioni come se potessimo osservare la nostra assenza in un universo inabitabile.

Che questa selezione legata all’esistenza degli osservatori fornisca una spiegazione completa dipende dal quadro più ampio nel quale viene utilizzata. Può spiegare perché le osservazioni siano limitate senza stabilire, da sola, che cosa generi le possibilità sottostanti.

Le proposte che prevedono molteplici universi possono offrire un contesto esplicativo più ampio. Dovrebbero essere esaminate sulla base della teoria specifica, delle sue implicazioni e del suo rapporto con l’osservazione. Respingerle semplicemente perché non corrispondono all’interpretazione che preferisco sarebbe intellettualmente negligente.

Allo stesso tempo, un contesto più ampio invita a interrogarsi sulla propria struttura. Un meccanismo capace di generare molti universi avrebbe proprietà che rendono possibile quella generazione. Passare a quel livello può risolvere alcuni problemi lasciando aperte altre domande.

Non c’è nulla di imbarazzante nel fatto che una spiegazione abbia un limite. La difficoltà comincia quando quel limite viene presentato come la fine di ogni interrogativo legittimo.

A questo punto, qualcuno può ragionevolmente chiedere: introdurre un creatore spiega davvero qualcosa, oppure si limita a spostare il mistero altrove?

Questa obiezione appartiene alla discussione.

Se sostengo che ogni cosa debba avere una causa e poi esento un creatore senza spiegazioni, non ho trattato il mio stesso argomento in modo coerente. La mia posizione non dovrebbe dipendere da questa scorciatoia.

La concezione che sto considerando è quella di una fonte dell’esistenza, anziché di un altro oggetto al suo interno: qualcosa che non dipenda dalle condizioni che viene invocato a spiegare. Nel linguaggio filosofico, questo si avvicina alla distinzione tra una realtà contingente e un fondamento necessario.

Ma definire qualcosa “necessario” non ne dimostra l’esistenza. Né l’idea di un fondamento necessario dimostra, da sola, intenzione, consapevolezza, bontà o le affermazioni di una religione particolare.

Il passaggio da un fondamento dell’esistenza a un creatore comporta un’ulteriore interpretazione. Dovrei assumermi la responsabilità di quel passaggio, anziché nasconderlo dentro una definizione.

Trovo l’idea di un’intelligenza originaria più persuasiva del considerare la struttura ultima della realtà come un fatto che semplicemente non ammette ulteriori spiegazioni. È una preferenza filosofica sostenuta, per me, dall’ordine, dalle capacità generative e dall’intelligibilità del mondo. Non è un risultato che le medesime osservazioni impongano a ogni persona ragionevole.

Un’altra persona può considerare fondamentale la realtà fisica stessa, trovare più plausibile una necessità impersonale più profonda o sospendere il giudizio. Queste posizioni non possono essere tutte ridotte all’affermazione sbrigativa secondo cui “tutto è caso”.

Il mio disaccordo deve riguardare un argomento così come viene effettivamente sostenuto, non una versione più debole che io abbia reso più facile da confutare.

Il fatto che possiamo comprendere parti dell’universo approfondisce la mia convinzione. Siamo all’interno della realtà che indaghiamo, eppure possiamo formulare astrazioni che rivelano relazioni oltre l’esperienza immediata. L’universo contiene esseri capaci di porre domande sull’universo.

Non lo considero una dimostrazione del fatto che sia stato creato per noi. La nostra comprensione è limitata, e la capacità di riconoscere caratteristiche intelligibili non garantisce che tutto ci sia accessibile. Tuttavia, il rapporto tra realtà e comprensione rimane, per me, qualcosa di più di una banale condizione di sfondo.

Perché l’esistenza dovrebbe essere capace di diventare una domanda al proprio interno?

Vedo questo come parte di un’interpretazione cumulativa. Nessuna singola osservazione sostiene l’intera conclusione. Ordine, vita, intelligibilità e domanda su un fondamento ultimo si incontrano nel mio modo di comprendere l’esistenza.

Eppure “cumulativo” non deve diventare un’altra parola per moltiplicare l’incertezza. Diversi argomenti possono condividere la stessa ipotesi non dimostrata. Ripetere quell’ipotesi in forme diverse non rende gli argomenti indipendenti. La forza dell’insieme dipende da ciò che ogni parte contribuisce realmente.

C’è un’altra difficoltà che una fede onesta in un creatore deve affrontare: la stessa realtà che consente la bellezza e la scoperta consente anche la sofferenza, la distruzione e le vite interrotte.

Se presto attenzione soltanto a ciò che suscita ammirazione, ho selezionato gli elementi che favoriscono la mia conclusione (bias di conferma). Il mondo non è obbligato ad assomigliare all’immagine rassicurante che preferirei.

Credere in un creatore non fornisce automaticamente una spiegazione adeguata della sofferenza. Gli argomenti sull’esistenza di una fonte e quelli sul carattere morale di quella fonte non sono identici. Non posso stabilire il secondo semplicemente indicando l’ordine attribuito alla prima.

Non considero il dolore di un’altra persona un’illustrazione comoda per il mio argomento. Né voglio fingere che dire “deve esserci uno scopo” mi dia accesso a uno scopo che non riesco a identificare.

La mia convinzione rimane accanto a domande che non ho risolto. È un limite che devo riconoscere, non una carenza che posso colmare con una frase più enfatica.

Anche la psicologia della credenza conta, qui.

Un’idea può offrire conforto, identità, appartenenza o sollievo dall’incertezza. Questi benefici non la rendono falsa, ma possono influire sulla prontezza con cui accettiamo le informazioni favorevoli e sulla riluttanza con cui esaminiamo le obiezioni (ragionamento motivato).

Dovrei chiedermi che cosa spiega la mia convinzione e che cosa mi offre sul piano emotivo. Queste domande possono sovrapporsi, ma non sono intercambiabili.

La stessa disciplina vale per gli ambienti sociali nei quali le idee vengono discusse. Famiglie, comunità religiose, circoli intellettuali e istituzioni possono associare prestigio a determinate risposte. Una persona può sentirsi spinta a credere, a non credere o a parlare con una certezza maggiore di quella che possiede.

Nulla di questo decide se esista un creatore. Mi ricorda che una convinzione non entra in una vita umana senza essere influenzata dalle condizioni umane.

Riesco a distinguere le ragioni che sostengo dalle ricompense che ricevo per sostenerle? Riesco a comprendere una posizione opposta senza trasformare chi la difende in una persona moralmente o intellettualmente inferiore?

Queste domande aiutano a capire se la mia convinzione rimane una ricerca o diventa uno spazio protetto.

Plasmano anche il mio modo di pensare al futuro.

Mi aspetto che le scoperte future portino ulteriori elementi di prova e argomenti che troverò favorevoli all’esistenza di un creatore. Credo che, man mano che la nostra comprensione si approfondirà, la struttura e le capacità generative della realtà potranno darci più ragioni per prendere sul serio la domanda su un creatore.

Questa è la mia aspettativa, espressa dall’orientamento che ho oggi. Non è una previsione scientifica fondata su una tendenza nei dati, e non posso promettere una scoperta di cui non conosco ancora la natura.

Distinguerei tra prove che identificano direttamente un agente e risultati che rendono più persuasiva un’interpretazione filosofica. Sono forme diverse di sostegno. Quando parlo di prove future, non posso presumere in anticipo quale di queste forme emergerà, né se ne emergerà alcuna.

Non posso nemmeno considerare ogni scoperta concepibile una vittoria. Se una maggiore complessità sostiene la mia convinzione, una maggiore semplicità non può sostenerla automaticamente per la ragione opposta. Se un intervallo più ristretto di condizioni compatibili con la vita rafforza un argomento, un intervallo più ampio deve poterlo indebolire. Un’interpretazione che rivendica ogni risultato possibile come conferma ha smesso di esporsi all’esame.

Se le conoscenze future metteranno in discussione le ragioni che utilizzo, quelle ragioni dovranno cambiare. Posso conservare la mia convinzione abbandonando un argomento, ma non dovrei fingere che nulla sia andato perduto o sia stato rivisto.

Che cosa significherebbe accogliere la conoscenza soltanto quando concorda con ciò che spero già di trovare?

Voglio che la mia aspettativa incoraggi l’attenzione, anziché dettare l’esito dell’indagine.

Il fallimento descritto nel titolo non è quindi il crollo della teoria della probabilità, la negazione dei processi naturali o l’annuncio che la scienza abbia dimostrato un creatore. È il punto in cui il “caso” smette, per me, di funzionare come spiegazione finale adeguata dell’esistenza.

Il caso può descrivere qualcosa di ciò che accade all’interno di un mondo. Non vedo in quella descrizione, da sola, una spiegazione del perché esista un mondo con proprietà, possibilità e strutture.

Credo che l’esistenza abbia una fonte che è più di una sequenza inspiegata di eventi, e comprendo quella fonte come un creatore. L’intelligibilità del mondo, la sua capacità di consentire la vita e la profondità persistente della domanda sull’origine sono tra le ragioni che mi conducono a questa convinzione.

Puoi esaminare la stessa realtà e arrivare altrove. Il mio compito è rendere visibile il percorso del mio pensiero, non rendere obbligatoria la tua conclusione.

Più imparo sul funzionamento dell’esistenza, meno sono incline a trattare la sua esistenza come una domanda a cui sia già stata data risposta.

E la domanda a cui torno continuamente è questa: quando avremo spiegato sempre di più ciò che la realtà fa, avremo finito di chiederci perché esiste una realtà capace di fare tutto questo?

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